Enrica Ricci Ravizza

Nasce ad Asti nel 1968.

Io non sono un’artista, sono una che pasticcia nell’arte. Nel senso che è proprio quello che mi piace: pasticciare. Mettere insieme materiali, tecniche, oggetti, colla, colori, scritte.
Tutto è cominciato su un treno per Milano.
L’impatto con la città cominciava dal treno.
Mi faceva sinceramente impressione la sporcizia lasciata da quella massa umana, propria di un treno di una città sovrappopolata.
Quindi la prima cosa che ho fatto, artisticamente (se vogliamo dirla così) è stato raccontare i miei viaggi insieme alla spazzatura.
Ho raccattato alcuni oggetti che erano igienicamente “toccabili”, altri li ho riprodotti apposta, accartocciando fazzolettini ecc... e li ho composti in un quadro.
Da allora spesso va così. Mi piace guardarmi in giro e raccattare quello che per gli altri è insignificante: oggetti buttati che per me possono essere usati per raccontare.
Ecco, questo è la seconda cosa che direi di me stessa: a me piace raccontare, un quadro è un racconto.
Un viaggio, un posto, anche una persona.
A volte quello che racconto va un po’ sull’ironico ("Giulia T."), altre volte i contenuti sono più impegnativi, anzi forse molto impegnativi emotivamente. Drammi umani di persone che conosco ("Omozigote").
Voglio prendere quella palla emotiva di dolore e metterla su un quadro.
Allora succede qualcosa: trasformandola in un oggetto, mi sembra di normalizzarla. E spostandola in un campo, quello artistico, che è il campo proprio della bellezza, trasporto quella storia dolorosa in un campo in cui il dolore può convivere con la bellezza. Anche il dolore è normale. L’arte mi ha insegnato che concretizzare normalizza.
Una persona mi diceva che la mia era “arte moderna sperimentale”.
Mi diceva: “tu vuoi fare un esperimento artistico di tutto quello che ti capita! Tipo: cade una foglia, e…”


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