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Paolo Pini
medico dei poveri
Paolo Pini (1875-1945), al cui nome è dedicato
lo storico ex Ospedale Psichiatrico di Milano, appartiene alle
più sacre memorie del mondo medico milanese.
Figlio di Gaetano Pini, medico livornese trapiantato nel capoluogo
lombardo e qui morto prematuramente nel 1890, ladolescente
Paolo crebbe sotto lala protettiva di due grandi amici
di suo padre: Filippo Turati (Filipin) e Anna Kuliscioff
(la sciora Anna) ai quali era legatissimo e che lo
amavano come un figlio.
La Kuliscioff, madre del socialismo italiano, laureata in medicina
nel 1886, era la dottoressa che andava nelle case popolari di
Milano, dove ogni sua visita era sempre attesa come una
benedizione. Il suo concetto di cura dei malati poveri
come caso particolare della difesa dei diseredati e degli oppressi
ebbe grande influenza sul giovane Pini, e contribuì alla
sua vocazione di medico dei poveri1.
Breve storia
dellex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini
Via Ippocrate n°45, Affori, periferia nord di Milano:
come tutte le grandi istituzioni, lex Ospedale Psichiatrico
Paolo Pini si trova ai margini della città, in un luogo
non facilmente visibile e raggiungibile.
Affori, sobborgo industriale attualmente molto popolato, è
stata una cittadina autonoma fino al 1923, quando è entrata
a far parte del territorio comunale di Milano.
Nella cintura della città, pressoché disabitata
agli inizi del Novecento, venne dunque edificata questa struttura
contenitiva che però, nel corso degli anni, in concomitanza
con la progressiva crescita di Milano, divenne una cittadella
nella città: quello che doveva restare nascosto agli occhi
di tutti, ora fa parte di un tessuto urbano che non ha potuto,
nella sua espansione, non tener conto dellimponenza di
quelle mura di cinta.
Nel 1904 larticolo 1 della legge riguardante le Disposizioni
sui manicomi e gli alienati2 stabiliva:
Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone
affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano
pericolose a sé e agli altri o riescano di pubblico scandalo
e non siano e non possano essere convenientemente custodite e
curate fuorché dai manicomi.
Così, secondo la discutibile cultura dellepoca,
i pazienti venivano rinchiusi nel prioritario interesse della
collettività che non doveva e voleva essere disturbata
dal pazzo.
Dopo lentrata in vigore della legge n°180 del 1978,
la cosiddetta legge Basaglia, gli ospedali psichiatrici,
anche se molto lentamente, vennero smobilitati, e così
anche lefficienza del Paolo Pini venne meno e le sue strutture
divennero sotto utilizzate.
Il ridotto carico di degenti lasciava ampi spazi e si cominciò
a pensare a usi diversi delle strutture esistenti. Nacquero così
una scuola superiore, un circolo Arci, la comunità di
Fratel Ettore e altro ancora.
Nel gennaio del 1984, fra il generale consenso degli abitanti
della zona, tutti i servizi della ASL (Azienda Sanitaria Locale,
che allora si chiamava USSL, Unità Servizi Sanitari Locale)
sono stati trasferiti dagli ambienti angusti di via Val di Bondo
alla palazzina di via Ippocrate n°45. Tale trasferimento,
favorito dalla Regione Lombardia, consentì la ristrutturazione
dei vani per rendere alla zona un utile ed efficiente servizio
di assistenza sanitaria.
La nuova sede consentì di usufruire anche degli ambulatori
annessi al complesso ospedaliero: iniziò così la
trasformazione e il recupero dellex nosocomio provinciale.
Nellottobre del 1986 la Regione Lombardia approvò
il programma di riconversione dellex struttura manicomiale,
completatosi nel 1990 grazie a un investimento di oltre sette
miliardi di vecchie lire per rendere lex O.P. Paolo Pini
una cittadella psichiatrica aperta.
Il piano regionale di ristrutturazione ha portato alla scomparsa
delle divisioni psichiatriche di tipo tradizionale, sostituite
da nuove comunità terapeutiche aperte. Fin dai primi anni
ottanta infatti, i ricoverati hanno iniziato a uscire, prima
dietro presentazione in portineria di un permesso scritto, poi
dietro semplice avviso e infine liberamente.
Alcune decine di pazienti sono andati ad abitare fuori dal manicomio,
in comunità alloggio realizzate allinterno di stabili
civili; questa promiscuità sani- malati
non è stata scevra di perplessità e proteste per
una possibile svalorizzazione delledificio, o per la semplice
inquietudine di fronte alla testimonianza quotidiana del disagio
e della diversità.
Malgrado le difficoltà, sono state aperte cinque comunità
a media e una ad alta assistenza, dove gli operatori dellex
O.P. hanno continuato a prestare servizio. Listituto, chiuso
dal punto di vista amministrativo dal 31 dicembre 1998, non lo
è tuttavia sul piano assistenziale. Un folto gruppo di
operatori, con specifici finanziamenti, continuerà ad
occuparsi degli ospiti nelle loro diverse collocazioni sul territorio.
Il manicomio cittadino per eccellenza non assolve più,
quindi, alla sua quasi secolare funzione di contenitore della
sofferenza psichica, della marginalità, della devianza.
Cè da dire comunque che prima ancora che per motivi
tecnici o politici, i manicomi hanno trovato la loro fine negli
enormi costi che comportavano per tutta la collettività
e per la sottrazione di risorse che imponevano allassistenza
territoriale.
La cultura odierna evidenzia lesistenza della malattia
mentale e spesso la sua non curabilità, ma allo stesso
tempo si rende conto che il manicomio non ha fatto altro che
peggiorare e cronicizzare le diverse situazioni ad esso affidate.
La cosiddetta guarigione sociale, massimo obiettivo
perseguibile per i malati più gravi, può essere
raggiunta solo se il malato viene trattato nel contesto più
naturale possibile, laddove possono essere sempre forniti stimoli,
motivazioni e occasioni per essere normali.
La Legge
nº 180 del 1978
Nella primavera del 1978, per combattere i vecchi principi
dellassistenza psichiatrica, si profila lappuntamento
col referendum lanciato dal Partito Radicale per labrogazione
della Legge n°36 del 1904 concernente le Disposizioni
sui manicomi e sugli alienati.
Nellimpossibilità di poter approvare tutta la legge
di riforma sanitaria in tempo per evitare il referendum (che,
nel caso di revoca della legge 14 febbraio 1904 n°36, avrebbe
creato un difficile vuoto legislativo in un campo così
delicato), si stralciarono dal progetto di riforma alcuni articoli
inerenti agli accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori,
rendendo così inutile il ricorso al referendum. Tali articoli
divennero il corpo della Legge n°180 del 13.5.1978 e si riferirono
non solo ai trattamenti per malattia mentale, ma anche agli altri
accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori.
Allo scadere del termine per evitare il referendum, il 10 maggio
1978, la Legge fu approvata non senza perplessità e contrasti,
dal momento che la Commissione del Senato non aveva avuto sufficiente
tempo per una discussione approfondita. Per questo motivo senatori
di diverse parti politiche, dopo aver affrontato per forza maggiore
quel disegno di legge, si affrettarono a proporre un ordine del
giorno di raccomandazione al Ministero della Sanità a
volersi adoperare perché, nel più breve tempo possibile,
le Regioni e le Province istituissero nuovi centri di igiene
e profilassi e potenziassero quelli già esistenti, completando
gli organici con le indispensabili assunzioni di psicologi utilizzando
anche, se necessario, le liste di disoccupazione giovanile.
La Legge 180/78 ha sancito, oltre al superamento degli ospedali
psichiatrici, anche un cambiamento culturale nel senso di un
riconoscimento dei diritti del paziente a partire dalla qualità
della vita. Il suo stesso titolo, Accertamenti e trattamenti
sanitari volontari e obbligatori, pone in evidenza il radicale
mutamento di prospettiva: loggetto non è più,
come nella vecchia normativa, la determinazione dei confini della
malattia e lidentificazione delle categorie, è la
cura. La base teorica della Legge risiede nella convinzione secondo
cui un effettivo recupero del malato di mente non può
prescindere dal suo reinserimento nella società.
Il processo
storico e culturale che ha portato alla legge 180
Listituzione manicomiale vede negli anni cinquanta
oltre centomila cittadini internati. I manicomi svolgono prevalentemente
una funzione di contenitori sociali di una serie di problemi
diversificati, la popolazione è costituita non soltanto
da persone con disturbi mentali, ma anche da disabili gravi e
gravissimi, disadattati sociali, emarginati, alcoolisti. Cè
perfino chi nasce in manicomio e vi trascorre tutta la vita.
Il ricovero, quasi sempre deciso da altri, è obbligatorio
e spesso dura fino alla morte, in quanto non esistono stimoli
o soluzioni alternative. Il criterio per linternamento
non è la malattia mentale ma la pericolosità o
il pubblico scandalo ed è quindi evidente
che la funzione del manicomio è solo in minima parte di
cura.
A partire dalla seconda metà degli anni 50 le attività
di assistenza psichiatrica in tutto lOccidente sono attraversate
dal movimento di de-istituzionalizzazione, che pone in discussione
il manicomio e apre il dibattito rispetto a nuove modalità
di presa in carico dei pazienti psichiatrici. In Italia il movimento
anti-istituzionale nasce soprattutto a Gorizia e Trieste, grazie
alliniziativa di Franco Basaglia. Ciò che egli teorizza
e attua negli anni tra il 1960 e il 1970 diventa patrimonio della
psichiatria internazionale. La nuova cultura antimanicomiale
introduce concetti quali il decentramento, la territorialità,
la continuità terapeutica tra ospedale psichiatrico e
territorio, il lavoro in équipe, la formazione per la
creazione di nuove competenze professionali che mettano in grado
gli operatori di lavorare sia nella struttura ospedaliera, che
in ambulatorio, che a domicilio e nelle strutture di accoglienza
intermedia fra lospedale e la famiglia. Si fa strada anche
lidea della prevenzione, con limpegno nella comunità,
nellambiente di vita e di lavoro dei cittadini.
Emerge unaltra linea fondamentale, quella di partire dallorganizzazione
sanitaria di base, e non dallOspedale Psichiatrico, fornendo
alternative al ricovero in ospedale e collegando la lotta contro
il manicomio con quella per il servizio sanitario nazionale e
la riforma dellorganizzazione sanitaria. I protagonisti
dellesperienza italiana sono principalmente gli psichiatri;
lassociazionismo dei familiari in Italia, contrariamente
a quanto avviene in altri Paesi, nasce parecchi anni più
tardi, al varo della 180.
La legge 180 ha demandato tutta lattuazione alle
Regioni. Al momento della sua approvazione nel 55% delle province
italiane esisteva un Ospedale Psichiatrico pubblico, il 18% si
avvaleva di istituzioni private e il 27% inviava i propri cittadini
in manicomi di altre province. Alcune Regioni hanno emanato in
modo tempestivo le normative regionali, ma altre hanno ritardato.
Di fatto ogni Regione ha legiferato da sé, producendo
realtà alquanto diversificate nelle tipologie delle strutture
e dei servizi. Solo nel 1994, dopo 16 anni, è arrivato
il Progetto Obiettivo, che delineava quali fossero le strutture
da attivare a livello nazionale e dava lavvio ad una riorganizzazione
sistematica dei servizi preposti allassistenza psichiatrica.
Tutela della
salute mentale 1994/96 Progetto Obiettivo 1994/96
È il Decreto del Presidente della Repubblica
7 aprile 1994, (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 22 aprile
1994, n° 93), riguardante la tutela della salute mentale.
Il Progetto-Obiettivo giunge a sedici anni di distanza dalla
legge Basaglia (la 180/78), sullonda dei risultati insoddisfacenti
delle sperimentazioni spontanee seguite alla Legge sul territorio
nazionale. Con questo decreto viene definita una strategia di
intervento che mira a realizzare il modello organizzativo del
Dipartimento di salute mentale; promuovere progetti specifici
per il superamento del residuo manicomiale; promuovere un sistema
informativo per il monitoraggio della spesa psichiatrica; individuare
un sistema di indicatori di qualità dellassistenza
psichiatrica; promuovere la formazione degli operatori.
Per lattuazione di questo Progetto-Obiettivo triennale
sono stati impiegati i redditi prodotti dallalienazione
dei beni mobili e immobili delle strutture psichiatriche, in
base allarticolo 3 comma 5 della Legge n° 724 del 1994,
confluita nel corpo della Finanziaria del 1995, riportato qui
di seguito.
Misure di razionalizzazione
della finanza pubblica - Legge Finanziaria 1995
La Legge Finanziaria del 1995 dispone
la definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici entro il 31
dicembre 1996. La Legge stabilisce inoltre che i beni mobili
e immobili degli ospedali psichiatrici dismessi, che non possono
essere utilizzati per altre attività di carattere sanitario,
sono destinati dallUnità Sanitaria Locale competente
alla produzione di reddito, attraverso la vendita, anche parziale,
degli stessi con diritto di prelazione per gli Enti pubblici,
o la locazione. In base allarticolo 3, comma 5, della Legge
sulle Misure di razionalizzazione della finanza pubblica
del 23 dicembre 1994 n° 724, i redditi prodotti sono utilizzati
per lattuazione di quanto previsto dal Progetto-Obiettivo
Tutela della salute mentale 1994-1996.
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