Intervista a Teresa Melorio

Possiamo ipotizzare una corrispondenza tra la “stultifera navis”, l’antica medievale navicella che imbarcava i folli allontanandoli dalle città e sottraendoli agli occhi di una società incapace di accoglierli, e una “salutifera navis”? Può la navicella dei folli e dei derelitti riapprodare dopo secoli, nel terzo millennio, qui, per esempio a Milano, e perché potrebbe portare nella nostra vita salute e ricchezza?
Teresa Melorio

Teresa Melorio è psichiatra, presso il DSM di Riguarda viceprimario dell’Istituto e presidente di ARCA., l’Associazione per il Recupero della Creatività Artistica che ha promosso la creazione del MAPP presso il Paolo Pini.

Intervista di Marta Colombo.

Marta Colombo: Teresa, quando hai iniziato a lavorare al Paolo Pini?
Teresa Melorio: Nel 1989. Ero ricercatrice all’università e vinsi un concorso per diventare aiuto primario al Pini.

M.C.: Nell’89 la Legge Basaglia era già stata approvata, quindi il Paolo Pini era già un ex Ospedale Psichiatrico. Che situazione hai trovato quando sei arrivata?
T.M.: Dopo l’entrata in vigore della Legge Basaglia (Legge 13 maggio 1978, nº 180), molti pazienti furono dimessi dall’ospedale e cominciò una prima riorganizzazione dei reparti e della divisione dei vari padiglioni. Nacquero due comunità protette, la cui impostazione era rimasta sempre di tipo manicomiale: si trattava di comunità terapeutiche con circa 30 posti letto, in sostanza erano dei reparti, anche se avevano cambiato nome per legge. Di fatto non erano stati presi i provvedimenti necessari per applicare la 180, mancavano le risorse necessarie per attivare tutti quei servizi e quelle strutture alternative che avrebbero sostituito i manicomi.
Io ero stata assegnata alla “Comunità Nuova Legge”, nata come progetto sperimentale del dottor Saraceno, che aveva pensato di riunirvi i pazienti più gravi e difficili portando avanti dei programmi riabilitativi intensivi, e dotandosi di squadroni di infermieri tutti piuttosto corpulenti… In seguito a una serie di riduzioni del personale il progetto si arenò. Nel frattempo si era creata una situazione di calma piatta che io tentavo di smuovere, ma ogni mia iniziativa veniva puntualmente boicottata. Essendo arrivata al Paolo Pini in qualità di psichiatra e di viceprimario dovevo condividere molte responsabilità col primario, una donna con la quale c’erano continue divergenze di opinione: lei sosteneva che i pazienti non andassero stimolati ma sedati, e che si dovesse mantenere il regime di tipo custodialistico assistenziale caratteristico degli ospedali psichiatrici. Io, che avevo una buona formazione non solo farmacologica ma anche psicoterapica, notavo in diverse occasioni come i pazienti, fuori dal contesto manicomiale, riuscissero ad avviare altri codici di comportamento, più adeguati. Insomma la patologia non aveva eroso completamente tutte le loro potenzialità. Per questo motivo proponevo idee alternative, come l’acquisto di biciclette per i pazienti (che non fu mai approvato), o come l’organizzazione di gite, brevi vacanze, cene fuori… Ero riuscita inoltre a fare una sorta di convenzione con alcuni cinema e teatri per portare i pazienti agli spettacoli pomeridiani. Gli infermieri poi, che per la maggior parte avevano un secondo lavoro, per esempio erano muratori, falegnami eccetera, avrebbero potuto trasmettere qualcosa della loro professione ai pazienti per iniziare un processo riabilitativo, ma l’iniziativa fu bocciata dalla primaria. I conflitti con lei aumentavano e io fui mandata in Prima Divisione, in un reparto di 35 pazienti, i più gravi, deteriorati, sulle cui cartelle cliniche era scritto: “Non è in grado di eseguire progetti riabilitativi”.

M.C.: Capisco…Tu hai sostenuto da subito delle attività che vedessero i pazienti protagonisti di un fare, un creare, un apprendere e un comunicare qualcosa. In questo senso l’arte può aprire diversi canali. Come sei riuscita a far evolvere la situazione che mi hai appena descritto, fino ad arrivare a coinvolgere il mondo dell’arte contemporanea?
T.M.: Le cose cominciarono a prendere una piega diversa nel ‘91, quando cambiò il primario e si ripensò a tutta l’organizzazione dei servizi. Di lì a poco il “progetto obiettivo 1994-1996 per la salute mentale”, che prevedeva la dimissione dei pazienti in breve tempo, ci costrinse a prendere delle decisioni importanti. Bisognava chiudere, ma cosa ne sarebbe stato delle strutture? La Finanziaria del ‘95 stabiliva che tutti gli eventuali introiti della vendita o comunque dell’alienazione, degli affitti delle aree psichiatriche, dovevano essere impiegati nel budget dell’ambito psichiatrico. A questo punto le strade perseguibili erano due: vendere gli edifici del Pini, compreso il parco, oppure tenerli per realizzare qualcosa di alternativo per i pazienti in day-hospital. “Bisogna che i degenti vivano in mezzo alla gente” dice la legge, ma dei passaggi intermedi dei percorsi nessuna traccia, bisogna inventarseli. E se a Trieste Basaglia era riuscito a dar luogo a una rivoluzione non solo psichiatrica ma anche sociale, a Milano mancava un certo tipo di apertura: il “diverso”, il matto è un pericolo pubblico. I malati di mente sono stati oggetto di scoop giornalistici solo in quanto attori di violenze e oscenità. Per di più non è mai stata fatta un’adeguata campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica per restituire la dignità umana di questi pazienti alla coscienza della società cosiddetta “normale”. L’antico rito, il gesto di scacciare i folli, i derelitti, i vagabondi in luoghi circoscritti, faceva appello al senso dell’utilità sociale, della sicurezza dei cittadini. Bisognava educare la gente. Nasce così l’idea di aprire le mura dell’ex O.P. a situazioni nuove che avrebbero prodotto risultati da portare fuori, da mostrare al pubblico: portare dentro per riportare fuori, questo era il concetto.

M.C.: E infatti gli artisti che interagiscono con i pazienti non hanno nulla a che fare con la psichiatria, per questo riescono a dare adito a qualcosa di veramente nuovo, a rompere la monotonia all’interno delle mura del Pini…
T.M.: Esatto. Questo è stato da sempre uno dei punti cardine del MAPP: incidere in maniera decisiva sullo stigma della malattia mentale promuovendo e realizzando iniziative volte all’integrazione dei malati psichiatrici nella cultura e nella società. Per questo abbiamo invitato artisti professionisti che non avessero mai avuto a che fare con la psichiatria ad animare questo spazio e a interagire con i malati e gli operatori.

M.C.: È stato questo il primo passo verso la concretizzazione del progetto MAPP?
T.M.: Diciamo che il primo passo è stato trasformare l’ambiente. Anzitutto venne fatta una sorta di censimento dei pazienti per creare gruppi più piccoli e omogenei da riorganizzare in piccole comunità terapeutiche con progetti mirati, personalizzati. In seguito vennero ridipinte e sistemate le mura fatiscenti degli edifici. Poiché vivere nel bello è sano e colorare la realtà esterna serve anche a ravvivare i nostri atteggiamenti nei confronti della vita, nacque l’idea di trasformare le mura dell’ex O.P. in tele su cui dipingere e ristrutturare gli spazi, al fine di incominciare a “vivere nell’arte”.
Allora io ero responsabile di due comunità nate dalla Prima Divisione: la Comunità Risveglio, con pazienti sufficientemente autonomi, e la Comunità Sirio, con pazienti più gravi. La Prima Divisione si trovava al primo piano del Padiglione 7, mentre il piano terra era completamente vuoto, veniva usato come deposito di mobili vecchi. Chiesi dunque al primario il permesso di utilizzare quello spazio. Il progetto delle Botteghe d’Arte stava prendendo forma, e venne denominato “Progetto Risveglio”.
Furono invitati artisti professionisti che lavorarono sodo anche per ripulire il posto!

M.C.: Chi sono stati i primi artisti a collaborare?
T.M.: Per la maggior parte gli artisti provenivano dall’Accademia di Brera. I primi in assoluto sono stati Gianni Spadari, Stefano Pizzi, Davide Antolini, per citarne alcuni.

M.C.: Tornando al “Progetto Risveglio”, in che anno è stato attuato?
T.M.: Nel 1993. In quell’anno furono allestite le prime “Botteghe d’Arte”, laboratori non solo di pittura ma anche di musica, teatro, poesia, decoro, design.
M.C.: Da chi è stato finanziato il progetto?
T.M.: Il “Progetto Risveglio” è nato grazie a un piccolo finanziamento della USSL 75/II3, l’attuale ASL, e grazie a delle sponsorizzazioni, come ad esempio la ditta Maimeri che ha fornito tutto il materiale per dipingere, colori, pennelli, tele…

M.C.: Come si svolge il lavoro nelle Botteghe?
T.M.: Le nostre Botteghe d’arte, attive ancora oggi, si possono considerare come il prolungamento ideale e reale del laboratorio dell’artista. La bottega, dal greco “apotheke” che significa “deposito”, è un luogo in cui appunto si depositano i materiali, gli strumenti, le idee, e si fanno progetti. Tutti collaborano al riempimento di uno spazio fisico-affettivo in cui s’intrecciano sia relazioni di tipo emotivo sia di tipo razionale. Da un lato gli artisti possono trasferire il proprio sapere e la propria esperienza, dall’altro i pazienti riescono a recuperare una nuova opportunità di comunicare. Entrambi contribuiscono ad alimentare uno scambio proficuo e rigenerativo.

M.C.: Questo è quello che chiamate “arte a quattro mani”, giusto?
T.M.: Giusto. In quel periodo ci s’interrogava sul ruolo dell’arte nell’ambito curativo. L’arteterapia esisteva da tempo, ma era interessante confrontarne i vecchi modelli con questo nuovo dove l’interazione, sempre con la supervisione di uno psichiatra, veniva condotta da persone non provenienti dal mondo psichiatrico.
Gli artisti mettevano a disposizione la loro professionalità per creare lavori insieme ai pazienti. All’inizio nelle Botteghe non c’erano tele, ma carte, tempere, acrilici, e le opere vennero esposte a una mostra-convegno dal titolo “Arte nella follia, follia nell’arte”, tenuta all’Accademia di Brera nel gennaio 1994, alla quale parteciparono importanti rappresentanti del mondo psichiatrico, artistico e culturale contemporaneo. Per la prima volta si rendeva visibile la reale possibilità di scambio tra arte, poesia, disagio psichico e normalità.
M.C.: È proprio questo aspetto a differenziare il progetto MAPP da altre realtà come possono essere gli atelier di pittura all’interno di una struttura psichiatrica.
T.M.: Alla mostra-convegno a Brera vennero esposte anche opere realizzate nel vecchio atelier del Paolo Pini, portato avanti da vent’anni da un’educatrice, la signora Bianchini. Sicuramente nascevano lavori interessanti nel vecchio atelier, ma i pazienti si relazionavano sempre con la stessa operatrice, non c’era uno scambio, né uno sbocco in eventuali mostre, nessuna comunicazione all’esterno: un piccolo contenitore chiuso all’interno di un grosso contenitore chiuso. Era un discorso più simile all’Art Brut, dove gli elementi ossessivi sono i veri protagonisti.
La straordinarietà del progetto MAPP consiste invece nel fatto che vengano tanti artisti e che si verifichi con i pazienti una reale collaborazione.

M.C.: L’approccio tra artista e paziente ha funzionato da subito?
T.M.: Gli artisti, generalmente appassionati a ciò che fanno, sanno creare una certa atmosfera e riescono ad attivare un vero e proprio adescamento di coloro che gli sono vicino; una volta stimolata la curiosità, si entra in quella giusta dimensione in cui si rompe il silenzio e nascono consapevoli agitazioni e spostamenti di energie positive. L’artista nella bottega è libero da qualsiasi condizionamento di mercato, si confronta immediatamente con un piccolo pubblico, che è co-protagonista del progetto. In altri casi l’artista, sia esso un pittore, un musicista, un attore, farebbe una mostra, un concerto o uno spettacolo prima di verificare e scambiare le sue idee attraverso la creazione artistica. Per quanto riguarda i pazienti, ti racconto un episodio molto significativo che mi fece capire che la strada intrapresa era quella giusta. Erminio aveva più di cinquant’anni, molti dei quali trascorsi all’interno del Paolo Pini. Nessuno aveva mai sentito la sua voce, non parlava, nemmeno con sé stesso. Poi un giorno è entrato nel mio studio, ha sorriso e ha detto: “Dottoressa, sono molto contento di dipingere”. Una frase che ti apre il cuore, che fa piangere per il silenzio da cui è uscita, e che fa ridere per quella gioia ritrovata.

M.C.: Dev’essere stato un momento meraviglioso, e che soddisfazione aver raggiunto un risultato tanto straordinario! Questa vicenda vi avrà sicuramente incoraggiato ad andare avanti con il progetto, e forse da qui è nata l’idea di un’associazione dedicata al recupero della creatività artistica delle persone affette da disagio psichico…
T.M.: L’ARCA (Associazione per il Recupero della Creatività Artistica), costituitasi il 14 novembre 1994, deve la sua fondazione a un paziente, Angelo, che era diventato un po’ un mito per gli infermieri che nutrivano nei suoi confronti una specie di timore referenziale. Angelo si era sempre distinto sia per i suoi deliri, farneticava in continuazione di avere tante mogli, o di essere il Papa, sia per le sue reazioni imprevedibili e a volte aggressive. Chiedeva sempre soldi alle signore che vedeva nel parco, e sfruttava il suo aspetto inquietante per intimorire la gente. Un giorno venne ripreso in modo brusco, e per lo spavento diede un calcio al primario. Considerato un paziente pericoloso, venne chiuso in una stanza, e io avevo l’ordine di non farlo uscire. La situazione stava diventando insostenibile, finché Angelo non espresse il desiderio di suonare. Diceva di essere maestro di musica, ma francamente avevo il dubbio che fosse un altro dei suoi vaneggiamenti. In ogni caso mi procurai una piccola pianola, e quando Angelo la vide gli brillarono gli occhi. Iniziò a eseguire la “Toccata e fuga” di Bach, e suonava davvero bene! Gli chiesi allora di insegnarmi a suonare il pianoforte, e accettò con grande entusiasmo, tanto che organizzammo un concerto nella chiesa del Paolo Pini. Fu Angelo a dire che bisognava creare un’associazione per recuperare quanto di buono ci può essere in un malato psichico, e così dall’incontro di un gruppo di professionisti, artisti, operatori sanitari e sociali, nacque l’ARCA, con l’intento di promuovere mostre e manifestazioni culturali in collaborazione con enti pubblici e privati.

M.C.: Definiamo in maniera precisa quali sono gli obiettivi dell’ARCA.
T.M.: Il primo scopo è creare un movimento culturale e di ricerca che favorisca il recupero delle potenzialità espressive artistiche dei soggetti affetti da disturbi psichici. Il secondo obiettivo è promuovere il dialogo-scambio tra artisti professionisti e utenti psichiatrici, costruendo scuole e botteghe d’arte dove possa avvenire questa interazione. Terzo obiettivo è incidere in maniera decisiva sullo stigma della malattia mentale diffondendo i “prodotti” delle Botteghe d’Arte al pubblico, promuovendo dibattiti, convegni, mostre, pubblicazioni, spettacoli, manifestazioni e scambi culturali con Università, Accademie, Centri Culturali, Associazioni Private, Enti Pubblici, e infine allestendo e salvaguardando musei e collezioni d’arte. Quarto e ultimo scopo è promuovere la ricerca sulle funzioni dell’arte come strumento di cura da affiancarsi a quelli tradizionalmente utilizzati in psichiatria.

M.C.: Quali sono i mezzi finanziari dell’ARCA?
T.M.: L’ARCA è una ONLUS, ossia un’Associazione senza fini di lucro. Il suo patrimonio è costituito dalle quote versate dai soci; da contributi e donazioni da parte di Fondazioni, Enti Pubblici e Privati, Società, Istituti e Persone; dall’utile eventualmente derivante da manifestazioni o partecipazioni ad esse; da altre eventuali entrate.

M.C.: Come si diventa soci dell’ARCA e chi sono i soci?
T.M.: L’ammissione dei soci avviene su domanda degli interessati ed è deliberata dal Consiglio Direttivo. Le iscrizioni decorrono dalla data di accoglimento della domanda. L’appartenenza all’Associazione ha carattere libero e volontario, ma impegna gli aderenti al rispetto delle risoluzioni prese dai suoi organi rappresentativi. Possono essere soci: Associazioni, Circoli, Enti Pubblici e Privati aventi finalità e scopi non in contrasto con quelli dell’ARCA. I soci si distinguono in tre categorie: i soci ordinari presentano la domanda e vengono ammessi con delibera del Consiglio Direttivo; i soci artisti partecipano in maniera attiva al conseguimento delle finalità dell’Associazione con le proprie prestazioni artistiche e creative, frequentatori delle botteghe d’arte e non; i soci creativi d’arte o beneficiari dell’associazione, utenti psichiatrici e ospiti dell’ex O.P. Paolo Pini, e altri utenti che partecipano in maniera attiva al conseguimento delle finalità dell’Associazione con prestazioni creative.

M.C.: Se ho ben capito gli artisti donano le loro opere all’ARCA: è comunque previsto un versamento annuale da parte loro?
T.M.: Gli ordinari sono tenuti al pagamento della quota associativa annuale, gli artisti e i creativi d’arte ne sono esenti, proprio perché il loro contributo economico è dato dal fatto di conferire all’ARCA, attraverso un atto di donazione, i diritti patrimoniali d’autore relativi ai prodotti artistici, letterari e artigianali che realizzano. L’ARCA è pertanto autorizzata a pubblicare le opere e a incassarne gli eventuali proventi, fermo restando che questi proventi dovranno essere reinvestiti per le finalità proprie dell’Associazione.

M.C.: È stata l’ARCA a ideare un museo di arte contemporanea nell’ex O.P. P. Pini?
T.M.: Sì. Per invogliare il pubblico a venire a visitare l’operato degli artisti professionisti insieme con i pazienti, e per abbattere i pregiudizi nei confronti dei pazienti stessi, iniziò a delinearsi il progetto MAPP.

M.C.: Esattamente quando è stato inaugurato il MAPP? E chi ha promosso l’iniziativa oltre all’ARCA?
T.M.: Il Museo d’Arte Paolo Pini fu inaugurato il 25 maggio 1995. Le opere si trovavano nel parco, sulle pareti dei padiglioni nº 5, 7, 9, spazi che l’allora USSL 37 (oggi ASL) aveva messo a disposizione dell’ARCA, insieme ad altri locali interni4.
Circa quaranta artisti italiani e stranieri, di fama nazionale e internazionale (Arcangeli, Baj, Brusati, Canevari, De Filippi, Disler, Galliano, Kaufmann, Neri, Pusole, Sgherri, Tadini, Zimmer, per citarne alcuni) lavorarono gratis per giorni, coinvolgendo molti dei 135 pazienti/ospiti e facendosi coinvolgere da loro. Hanno così aderito all’iniziativa promossa non solo dall’ARCA ma anche dall’ASL, da me e dalla mia collega psicologa e vicepresidente di ARCA Enza Baccei, dai galleristi Enzo Cannaviello e Gabriele Mazzotta, dai critici Marco Meneguzzo e Demetrio Paparoni.
La nostra non voleva essere solo un’opera di abbellimento: era un segnale forte del cambiamento che stava avvenendo. Stava cambiando la mentalità, di tutti, a partire da chi al Pini ci lavorava. Il manicomio era sempre stato il luogo della ripetizione, del tempo senza tempo, il luogo zero dello scambio. Avvicinando gli artisti al manicomio abbiamo tentato di scardinare questa monotonia. Chi è più creativo di un artista? E cosa è meno monotono di un’opera d’arte?

M.C.: Sono perfettamente d’accordo. Far entrare l’arte in un manicomio significa capovolgere la logica dell’isolamento e dell’intolleranza. Se con la mostra-convegno all’Accademia di Brera eravate riusciti a rendere visibili all’esterno i lavori a quattro mani di artisti e pazienti, con la nascita del nuovo Museo avevate portato l’arte “ufficiale” e il pubblico all’interno della più importante istituzione psichiatrica di Milano.
Parlami di com’è nato il rapporto con Enzo Cannaviello, che all’epoca era presidente dell’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna.
T.M.: Per riuscire nel nostro intento c’era bisogno del sostegno dell’arte contemporanea. Enza Baccei e io iniziammo a girare per le gallerie private di Milano per spiegare il progetto MAPP e proporre una collaborazione. Ci avevano suggerito di rivolgerci alle gallerie Seno e Toselli, che infatti accolsero con grande entusiasmo l’idea, riconoscendo nel MAPP un luogo veramente alternativo per l’arte contemporanea. Furono loro a consigliarci di parlarne con Cannaviello che, come dicevi giustamente tu, allora era presidente dell’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna: se l’idea gli fosse piaciuta sarebbe diventato tutto più facile.
Come speravamo Cannaviello si entusiasmò moltissimo e contattò subito Marco Meneguzzo e Demetrio Paparoni. Nel frattempo Enza e io avevamo coinvolto anche lo Studio Marconi e la Fondazione Mazzotta, e nella sede di quest’ultima organizzammo una riunione con i galleristi Cannaviello, Marconi, Seno e Toselli, e con i critici Meneguzzo e Paparoni, per discutere dei vari aspetti del programma, in particolare di possibili sponsorizzazioni. Finalmente si partiva con il progetto!

M.C.: Eravate riuscite a suscitare un notevole interesse! In effetti a Milano, città con più di duecento gallerie, mancava un museo d’arte contemporanea istituzionale. Ma torniamo alla questione degli sponsor, necessari per l’avviamento del progetto. Chi ha contribuito a realizzare l’iniziativa?
T.M.: La grande impresa edile Assimpredil ha fornito il personale e i ponteggi per la ristrutturazione completa degli esterni, dei muri dove gli artisti avrebbero lasciato le loro opere. Max Mayer, Winsor & Newton, Lefranc & Bourgeois, hanno provveduto al materiale per la pittura in esterni. Altri finanziamenti sono arrivati da Kodak, Aem, Banca Commerciale Italiana, Cariplo, ASL di Milano, Società Umanitaria, Comune e Provincia di Milano.

M.C.: Esiste un catalogo di questa prima mostra al MAPP?
T.M.: Sì, un piccolo catalogo in bianco e nero edito da Mazzotta.

M.C.: Come avete richiamato i quaranta artisti presenti all’inaugurazione del MAPP nel maggio 1995?
T.M.: Molti vennero chiamati dalle gallerie, poi ci fu un vero e proprio passaparola fra gli artisti stessi, che continua ancora oggi. Alcuni di loro avevano già lavorato con i pazienti, poi se ne aggiunsero di nuovi.

M.C.: Gli artisti che giungono al MAPP portano sempre avanti un lavoro con i pazienti dell’ex O.P. Pini, o possono donare semplicemente la loro opera?
T.M.: Alcuni preferiscono fare un’opera specifica per questo luogo, in totale libertà, ma senza sviluppare un progetto con i pazienti.
M.C.: Capisco. Cos’è successo dopo l’inaugurazione del MAPP?
T.M.: L’anno dopo, nel ‘96, si susseguirono cambiamenti di tipo burocratico. Erano scaduti i contratti triennali delle cariche, perciò cambiarono le figure di riferimento come il Commissario Straordinario dell’ASL. Si ricominciava tutto da capo, ma per fortuna la nuova Amministrazione approvò da subito il progetto.
L’ARCA, nata alla fine del ‘94 per detenere il consistente patrimonio artistico di opere a quattro mani, stipulò una convenzione con la ASL (all’epoca USSL nº 37) per la gestione del Museo d’Arte Paolo Pini5. La convenzione, valida ancora oggi, regolamentava la produzione di opere d’arte all’interno dell’ex O.P. Pini e finanziava il progetto MAPP, seppur con un budget limitato. Inoltre sanciva che le opere della collezione permanente del Museo erano da ritenersi in comproprietà al 50% della ASL e dell’ARCA. Nel frattempo ARCA aveva iniziato ad assumere arteterapeuti, mentre gli artisti continuavano a venire gratuitamente al MAPP. Tra il ‘97 e il ‘98 le Botteghe d’Arte, attraverso una specifica convenzione, divennero sede di stage per i corsisti del master in arteterapia dell’Accademia di Brera. Un’altra convenzione fu fatta con il CRT (Centro Ricerche Teatrali), la cui responsabile, Laura Cantarelli, portava dei professionisti di vario genere, da architetti a designers a videomaker, a operare come volontari al MAPP. In seguito, nel 2000, venne formalizzata la convenzione tra ARCA e il Dipartimento di Salute Mentale di Niguarda per l’integrazione e l’accreditamento delle Botteghe d’Arte nel Centro Diurno dell’Unità Operativa 48 a Direzione Universitaria: il Centro Diurno aveva pochi pazienti e nessun operatore socio-educativo, le Botteghe avrebbero invece potuto offrire un servizio anche a utenti esterni di Milano e Provincia, e diventare accessibili gratuitamente per tutti coloro che ne avessero fatto richiesta.

M.C.: Che sistemazione è stata data ai pazienti che frequentano le Botteghe d’Arte?
T.M.: Puntualizzo che oggi preferiamo chiamare “ospiti” gli utenti frequentatori dei laboratori del MAPP, anziché “pazienti”. Tornando a noi, la Legge Finanziaria del 1999 stabiliva che le strutture psichiatriche rimaste all’interno delle aziende ospedaliere avrebbero dovuto assolutamente chiudere, pena una multa pari al 10% del fatturato globale. Così cominciammo a cercare case dove sistemare i degenti, che nel frattempo avevano fatto un percorso riabilitativo di cinque anni. Si vennero a costituire piccoli gruppi omogenei, piccole comunità terapeutiche nel territorio, composte da pazienti dimessi dal Paolo Pini.

M.C.: Nel 2000 venne inaugurato il Padiglione 7, adibito a mostre temporanee di artisti contemporanei. Quanto l’apertura di questo spazio espositivo ha contribuito ad aumentare la visibilità del MAPP?
T.M.: Moltissimo, anche perché il Padiglione 7 ha ospitato da subito personali di artisti di grande interesse, come Antonio Riello, Federico Guida, Davide La Rocca, Buell eccetera. Bisogna considerare poi un altro fattore che già intorno al ‘96 portò l’ex O.P. Pini ad essere un luogo visibile della città: la nascita dell’Associazione Olinda. Le Botteghe inoltre continuavano a produrre, e le opere venivano costantemente esposte anche in spazi al di fuori di ogni sospetto psichiatrico.
M.C.: Come nasce la collaborazione degli artisti con gli ospiti dell’ex O.P. Paolo Pini? Presentano dei progetti che poi vengono selezionati, o devono avere dei requisiti particolari…?
T.M.: Il MAPP è aperto a qualunque artista sia incuriosito e interessato a questa inusuale galleria d’arte contemporanea. Spesso ci vengono segnalati da Marco Meneguzzo, che è il direttore artistico del MAPP, oppure dalle gallerie, e in questo senso Cannaviello ha un ruolo molto attivo. Ma non ci sono discriminazioni di sorta. Gli unici criteri da applicare nella valutazione degli artisti sono la professionalità e specialmente la disponibilità a condurre un lavoro d’interazione con gli ospiti-pazienti.

M.C.: Per fare questo, e farlo bene, credo debbano avere una forte motivazione e una predisposizione al lavoro di gruppo…
T.M.: Infatti. La cooperazione deve nascere come embrione di un progetto artistico, sia esso di pittura, performance, scultura, installazione o video, che viene poi portato fuori, verso la società.

M.C.: Prima di incominciare il lavoro, immagino che gli artisti facciano un colloquio con te…
T.M.: Esatto. In questo modo hanno l’opportunità di conoscere più da vicino la storia del MAPP, porre domande, esprimere dubbi, oltre che, ovviamente, presentare la loro idea. In base a quest’ultima si possono stabilire degli incontri in cui si realizzano disegni, dipinti a quattro mani, oppure progetti più elaborati, o progetti di mostre, performance eccetera. Viene comunque fatta una supervisione in itinere. Io e la dott.ssa Baccei introduciamo le idee degli artisti agli arteterapisti e agli ospiti-pazienti, che a seconda delle proprie esigenze possono partecipare a lavori differenti. L’importante è che l’artista abbia voglia di mettersi in gioco, che mantenga l’umiltà nell’accogliere i suggerimenti dei suoi insoliti collaboratori e che li guidi nel trasformare i pensieri in azioni concrete, in opere.

M.C.: Un’ultima domanda Teresa, che stavolta riguarda il settore della Comunicazione del MAPP. Come definiresti il vostro “parco contatti”?
T.M.: Buono. Le nostre iniziative vengono descritte e divulgate dalla stampa: Ansa, Corriere della Sera, Il Giorno, Il Giornale, L’Unità, Il Manifesto, La Notte, La Repubblica, Il sole 24 ore, L’indipendente, Tuttomilano, Vivi Milano, Gazzettino padano, riviste specializzate di psicologia, psichiatria e arte tra cui Flash Art, Temaceleste, Il Giornale dell’Arte, da notiziari televisivi e radiofonici, e dai maggiori portali d’arte e informazione, affinchè il messaggio possa raggiungere tutti coloro che vivono al di fuori del ristretto campo degli “addetti ai lavori” per sottolineare l’importanza sociale di un intervento, che pur partendo all’interno di una realtà molto specifica, si pone l’obiettivo di testimoniare un nuovo modo e stile di vita e di lavoro, più aderente alle reali potenzialità della natura umana.